ChatGPT crea immagini Ghibli: arte o violazione del diritto?

Negli ultimi giorni, una massiccia diffusione online di immagini in stile Studio Ghibli, generate con il nuovo sistema GPT-4o di ChatGPT, ha sollevato interrogativi legati al diritto d’autore. Il fenomeno, divenuto rapidamente virale, ha portato l’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, a commentare ironicamente su X: “Le nostre GPU stanno fondendo”, alludendo all’elevato traffico verso i server dell’azienda. L’afflusso ha infatti causato temporanee limitazioni di utilizzo e messaggi di “over capacity”, in particolare sulla piattaforma video Sora. Le immagini, che richiamano i tratti visivi dell’animazione creata da Hayao Miyazaki, hanno generato un’ondata globale di ritratti e meme condivisi sui social. Tuttavia, né Miyazaki né Studio Ghibli si sono finora espressi pubblicamente sul fenomeno. La questione centrale riguarda la liceità dell’uso di stili artistici riconoscibili da parte dell’intelligenza artificiale. Secondo l’avvocato Evan Brown, esperto di proprietà intellettuale, lo stile visivo in sé non è protetto da copyright secondo la legislazione statunitense, rendendo legittima la generazione di contenuti “in stile Ghibli”, a meno che durante la fase di addestramento dell’IA non siano stati utilizzati materiali coperti da diritto d’autore. Il punto legale cruciale resta quindi la provenienza dei dati usati per il training dei modelli generativi. Se questi includono contenuti originali senza autorizzazione, si entra in una zona grigia giuridica, soggetta a interpretazioni e a procedimenti legali in corso, come quello intentato dal New York Times contro OpenAI. La stessa azienda ha dichiarato che ChatGPT evita di replicare “lo stile di artisti viventi”, pur consentendo la replica di stili attribuiti a studi di produzione. Nel caso dello Studio Ghibli, però, questa distinzione si complica: lo stile dello studio è fortemente identificabile con Miyazaki, tuttora vivente e attivo. La controversia riporta alla memoria le dichiarazioni dello stesso Miyazaki, risalenti al 2016, quando definì “un insulto alla vita” l’uso dell’intelligenza artificiale in animazione, dopo aver visionato una demo di movimento generato al computer. L’animatore giapponese ha da sempre difeso l’artigianalità e i valori umani del disegno a mano, fondando nel 1985 lo Studio Ghibli proprio per sfuggire alla produzione seriale e ai vincoli tecnici. Le immagini AI oggi in circolazione sono spesso usate fuori contesto, in forme grottesche o satiriche, comprese rielaborazioni da parte di soggetti politici come Fratelli d’Italia o Casa Bianca, fatto che alcuni utenti hanno giudicato irrispettoso del significato culturale originario dell’opera di Miyazaki. La controversia si intreccia così con riflessioni più ampie sull’automazione creativa e il concetto stesso di arte, alimentando un dibattito che riguarda sia l’estetica che la sostenibilità economica dei contenuti digitali in un’epoca di IA generativa.
New York Times prosegue la causa per violazione del copyright: OpenAI potrebbe pagare fino a 150mila dollari per articolo

La giudice federale Sidney Stein ha dato il via libera alla causa per violazione del copyright promossa dal New York Times contro OpenAI, creatrice di ChatGPT, e contro Microsoft. La decisione consente al quotidiano statunitense e ad altri gruppi editoriali, tra cui MediaNews Group e Tribune Publishing, di proseguire l’azione legale avviata nel dicembre 2023, che contesta l’uso non autorizzato di contenuti giornalistici per l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale. OpenAI e Microsoft avevano chiesto l’archiviazione del procedimento, sostenendo che l’utilizzo rientrasse nell’ambito del cosiddetto “fair use”, ma il tribunale ha rigettato la richiesta. Al centro della causa vi è l’accusa di aver impiegato articoli senza consenso né compenso, permettendo a chatbot come ChatGPT di generare testi che riprendono o riassumono informazioni pubblicate, potenzialmente sostituendo le fonti originali nelle ricerche online. Secondo i querelanti, ciò mette a rischio la sostenibilità economica del settore editoriale, già in difficoltà in un mercato digitale dominato da piattaforme tecnologiche. La giudice Stein ha annunciato che emetterà una sentenza definitiva in tempi rapidi, mentre la causa si inserisce in una cornice più ampia che vede numerose testate agire contro OpenAI per difendere i propri diritti d’autore. Intanto, OpenAI ha modificato ChatGPT per evitare la riproduzione testuale diretta degli articoli, e ha avviato accordi di licenza con alcuni editori. Tra questi ci sono News Corp (editrice del Wall Street Journal), Condé Nast (proprietaria del New Yorker) e Dotdash Meredith, che ha dichiarato ricavi annui pari a 16 milioni di dollari derivanti dall’intesa. Il New York Times, invece, ha scelto la via legale e ha già sostenuto 10,8 milioni di dollari in spese processuali nel solo 2024. Secondo la normativa vigente, ogni violazione riconosciuta del copyright potrebbe costare fino a 150 mila dollari per articolo.