La Casa Bianca valuta un nuovo assetto dei posti stampa e dà più spazio alle nuove voci emergenti

Karoline Leavitt parla durante una conferenza stampa alla Casa Bianca

La Casa Bianca sta valutando la possibilità di ridefinire la mappa dei posti nella sala stampa, finora gestita dalla White House Correspondents’ Association (WHCA), aprendo un nuovo fronte di tensione tra l’amministrazione Trump e la stampa accreditata. Secondo quanto riportato da Axios, la proposta è parte di una più ampia riorganizzazione con l’obiettivo dichiarato di aggiornare la sala alle trasformazioni dell’ecosistema mediatico, con maggiore spazio previsto per nuove piattaforme e voci emergenti. I criteri attuali privilegiano testate storiche come le agenzie di stampa e le principali emittenti, assegnando loro le prime file. La nuova mappa, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe riflettere “il modo in cui i media vengono consumati oggi”. La WHCA ha definito l’ipotesi un tentativo di sovvertire il sistema di autogestione della stampa alla Casa Bianca. In una comunicazione ai suoi membri, l’associazione ha avvertito che, se attuata, la mossa renderà ancora più evidente l’intenzione del governo di prendere il controllo del sistema con cui i media si organizzano in modo indipendente, facilitando eventuali punizioni per una copertura non allineata. Il confronto arriva dopo settimane di tensioni. A febbraio, la Casa Bianca ha revocato all’Associated Press l’accesso a vari eventi, accusandola di non adeguarsi a una direttiva stilistica sull’uso della denominazione “Golfo d’America” al posto di “Golfo del Messico”. L’AP ha avviato un’azione legale, chiedendo un’ingiunzione. Allo stesso tempo, la WHCA ha invitato i membri a indossare simboli del Primo Emendamento durante le apparizioni pubbliche in segno di protesta. Domenica, la dirigenza della WHCA si è riunita per discutere possibili risposte, tra cui anche un’azione simbolica che prevede il ritorno ai seggi tradizionali in caso di imposizione della nuova disposizione. Alcuni membri hanno riferito che il clima resta incerto e che ogni decisione verrà presa in base all’evoluzione della situazione. Interpellato sull’ipotesi di protesta, il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, ha risposto con una risata pubblicata sui social. Intanto, la stessa portavoce Leavitt ha dichiarato che la sala briefing “non appartiene ai giornalisti d’élite di Washington” e che la Casa Bianca ha cercato di avviare un confronto sui cambiamenti proposti. Nel frattempo, l’associazione ha rinunciato alla partecipazione della comica Amber Ruffin alla cena annuale dei corrispondenti, dopo le critiche dell’amministrazione. Il presidente della WHCA, Eugene Daniels, ha motivato la scelta come una decisione per mantenere il focus sull’attività giornalistica e sul supporto alla nuova generazione di cronisti. Secondo alcune fonti, l’obiettivo dell’amministrazione non sarebbe quello di escludere i media tradizionali, ma di rivedere il sistema in chiave più rappresentativa del panorama attuale. Un seggio per i “nuovi media” è già stato previsto nei briefing recenti. Tuttavia, nella comunità giornalistica cresce il timore che la redistribuzione dei posti possa trasformarsi in un criterio di accesso condizionato alla linea editoriale. (In copertina, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, parla durante una conferenza stampa alla Casa Bianca il 26 marzo. Foto di Jabin Botsford/The Washington Post)

NYT adotta l’AI in redazione, ma impone limiti d’uso

NYTimes newsroom

Il New York Times ha ufficialmente autorizzato l’uso dell’intelligenza artificiale nei propri processi redazionali e di sviluppo prodotto, informando lo staff con una serie di comunicazioni interne. La testata ha annunciato l’avvio di corsi di formazione AI per la redazione e il lancio di Echo, uno strumento proprietario interno, ancora in fase beta, progettato per assistere i giornalisti nel riassumere articoli, briefing e contenuti interattivi. La linea guida editoriale aggiornata, diffusa in forma scritta e video, definisce opportunità, limiti e applicazioni approvate, escludendo usi impropri o rischiosi, come la generazione autonoma di articoli completi, l’elaborazione di contenuti protetti da copyright o la violazione della riservatezza delle fonti. Secondo i documenti condivisi, l’intelligenza artificiale potrà essere utilizzata per generare titoli SEO, testi per i social media, riassunti, suggerimenti di stile, domande per interviste, analisi di documenti e immagini dagli archivi del Times, creazione di quiz, schede informative, FAQ e contenuti da newsletter. Il giornale ha incluso esempi pratici, come il riassunto di rapporti governativi o di opere teatrali, la revisione di paragrafi o la scrittura di post promozionali sui social. Tra gli strumenti autorizzati figurano GitHub Copilot per la codifica, Vertex AI di Google per lo sviluppo, NotebookLM, ChatExplorer, soluzioni AI di Amazon e l’API di OpenAI (non ChatGPT), utilizzabile solo con autorizzazione legale. Le linee guida specificano che l’AI non dovrà essere usata per scrivere articoli per intero, superare paywall, né per pubblicare immagini o video generati, salvo che ciò avvenga a scopo dimostrativo e con etichettatura chiara. Il Times avverte che l’uso scorretto di strumenti non autorizzati potrebbe compromettere il diritto a proteggere fonti e appunti giornalistici. L’adozione dell’AI è stata preceduta da una sperimentazione condotta da un gruppo pilota interno, attivo già dall’anno precedente. La mossa del Times si inserisce in un contesto delicato: l’azienda è attualmente impegnata in una causa legale contro OpenAI, accusata di aver usato i suoi contenuti per addestrare modelli senza consenso, in presunta violazione del diritto d’autore. Da parte sua, Microsoft, principale investitore di OpenAI, ha definito l’azione del giornale come un tentativo di ostacolare l’innovazione tecnologica. Il Times, pur non rilasciando commenti diretti, ha pubblicato sul proprio sito le linee guida editoriali aggiornate sull’uso dell’intelligenza artificiale. Nonostante l’entusiasmo ufficiale, tra i dipendenti permangono timori e scetticismo. Alcuni redattori, sentiti internamente, temono che gli strumenti AI possano produrre titoli e testi meno creativi o favorire una scrittura più pigra e meno accurata. La tensione si è ulteriormente acuita dopo che il CEO di Perplexity, azienda AI, aveva pubblicamente offerto di sostituire con strumenti automatici i dipendenti tecnici del Times in sciopero, suscitando reazioni negative nello staff.

ChatGPT crea immagini Ghibli: arte o violazione del diritto?

ChatGPT e Ghibli

Negli ultimi giorni, una massiccia diffusione online di immagini in stile Studio Ghibli, generate con il nuovo sistema GPT-4o di ChatGPT, ha sollevato interrogativi legati al diritto d’autore. Il fenomeno, divenuto rapidamente virale, ha portato l’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, a commentare ironicamente su X: “Le nostre GPU stanno fondendo”, alludendo all’elevato traffico verso i server dell’azienda. L’afflusso ha infatti causato temporanee limitazioni di utilizzo e messaggi di “over capacity”, in particolare sulla piattaforma video Sora. Le immagini, che richiamano i tratti visivi dell’animazione creata da Hayao Miyazaki, hanno generato un’ondata globale di ritratti e meme condivisi sui social. Tuttavia, né Miyazaki né Studio Ghibli si sono finora espressi pubblicamente sul fenomeno. La questione centrale riguarda la liceità dell’uso di stili artistici riconoscibili da parte dell’intelligenza artificiale. Secondo l’avvocato Evan Brown, esperto di proprietà intellettuale, lo stile visivo in sé non è protetto da copyright secondo la legislazione statunitense, rendendo legittima la generazione di contenuti “in stile Ghibli”, a meno che durante la fase di addestramento dell’IA non siano stati utilizzati materiali coperti da diritto d’autore. Il punto legale cruciale resta quindi la provenienza dei dati usati per il training dei modelli generativi. Se questi includono contenuti originali senza autorizzazione, si entra in una zona grigia giuridica, soggetta a interpretazioni e a procedimenti legali in corso, come quello intentato dal New York Times contro OpenAI. La stessa azienda ha dichiarato che ChatGPT evita di replicare “lo stile di artisti viventi”, pur consentendo la replica di stili attribuiti a studi di produzione. Nel caso dello Studio Ghibli, però, questa distinzione si complica: lo stile dello studio è fortemente identificabile con Miyazaki, tuttora vivente e attivo. La controversia riporta alla memoria le dichiarazioni dello stesso Miyazaki, risalenti al 2016, quando definì “un insulto alla vita” l’uso dell’intelligenza artificiale in animazione, dopo aver visionato una demo di movimento generato al computer. L’animatore giapponese ha da sempre difeso l’artigianalità e i valori umani del disegno a mano, fondando nel 1985 lo Studio Ghibli proprio per sfuggire alla produzione seriale e ai vincoli tecnici. Le immagini AI oggi in circolazione sono spesso usate fuori contesto, in forme grottesche o satiriche, comprese rielaborazioni da parte di soggetti politici come Fratelli d’Italia o Casa Bianca, fatto che alcuni utenti hanno giudicato irrispettoso del significato culturale originario dell’opera di Miyazaki. La controversia si intreccia così con riflessioni più ampie sull’automazione creativa e il concetto stesso di arte, alimentando un dibattito che riguarda sia l’estetica che la sostenibilità economica dei contenuti digitali in un’epoca di IA generativa.

New York Times prosegue la causa per violazione del copyright: OpenAI potrebbe pagare fino a 150mila dollari per articolo

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La giudice federale Sidney Stein ha dato il via libera alla causa per violazione del copyright promossa dal New York Times contro OpenAI, creatrice di ChatGPT, e contro Microsoft. La decisione consente al quotidiano statunitense e ad altri gruppi editoriali, tra cui MediaNews Group e Tribune Publishing, di proseguire l’azione legale avviata nel dicembre 2023, che contesta l’uso non autorizzato di contenuti giornalistici per l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale. OpenAI e Microsoft avevano chiesto l’archiviazione del procedimento, sostenendo che l’utilizzo rientrasse nell’ambito del cosiddetto “fair use”, ma il tribunale ha rigettato la richiesta. Al centro della causa vi è l’accusa di aver impiegato articoli senza consenso né compenso, permettendo a chatbot come ChatGPT di generare testi che riprendono o riassumono informazioni pubblicate, potenzialmente sostituendo le fonti originali nelle ricerche online. Secondo i querelanti, ciò mette a rischio la sostenibilità economica del settore editoriale, già in difficoltà in un mercato digitale dominato da piattaforme tecnologiche. La giudice Stein ha annunciato che emetterà una sentenza definitiva in tempi rapidi, mentre la causa si inserisce in una cornice più ampia che vede numerose testate agire contro OpenAI per difendere i propri diritti d’autore. Intanto, OpenAI ha modificato ChatGPT per evitare la riproduzione testuale diretta degli articoli, e ha avviato accordi di licenza con alcuni editori. Tra questi ci sono News Corp (editrice del Wall Street Journal), Condé Nast (proprietaria del New Yorker) e Dotdash Meredith, che ha dichiarato ricavi annui pari a 16 milioni di dollari derivanti dall’intesa. Il New York Times, invece, ha scelto la via legale e ha già sostenuto 10,8 milioni di dollari in spese processuali nel solo 2024. Secondo la normativa vigente, ogni violazione riconosciuta del copyright potrebbe costare fino a 150 mila dollari per articolo.

“Il Foglio AI”, visita della stampa estera in redazione

Claudio Cerasa con i colleghi della stampa estera

Il mondo si è accorto subito. Quando Il Foglio ha deciso di affidare interamente a un’intelligenza artificiale la realizzazione di un supplemento cartaceo, la notizia ha attraversato confini, lingue e redazioni. A partire da metà marzo, la pubblicazione del primo giornale stampato realizzato senza penne umane ha suscitato attenzione in tutta la stampa internazionale. A sorprendere non è stata solo la tecnologia impiegata, ma la scelta editoriale: un quotidiano generalista, noto per l’uso della parola come esercizio di giudizio, ha scelto di sperimentare cosa succede quando il linguaggio viene generato da un software. Il progetto, pensato per durare un mese, ha acceso il dibattito su cosa significhi oggi fare giornalismo, su cosa resti della scrittura umana quando anche lo stile diventa replicabile e su quanto spazio possa trovare l’intelligenza artificiale all’interno di una redazione. Non si è trattato di un’imitazione in incognito: ogni pagina è stata esplicitamente firmata da un algoritmo, guidato da input redazionali. Proprio questa trasparenza ha alimentato l’interesse: il tentativo dichiarato di esplorare i limiti e le potenzialità della tecnologia generativa applicata al giornalismo. Il 26 marzo una quarantina di giornalisti della stampa estera in Italia hanno fatto visita alla redazione per incontrare il direttore Claudio Cerasa e scoprire la rivoluzione del Foglio AI. Le prime reazioni sono arrivate dal Regno Unito, con The Guardian, BBC e Reuters che hanno raccontato l’esperimento in chiave tecnica e culturale. Da lì la notizia si è diffusa rapidamente, alimentata anche dalle agenzie internazionali. Negli Stati Uniti se ne sono occupati New York Times, Washington Post, CNN, Politico, GizMondo, TweakTown, il sito Open Tools e il centro studi Poynter, ciascuno con un’angolatura diversa: dalla trasparenza del processo al ruolo dell’editing, fino alle implicazioni etiche e professionali. In Francia, Germania, Spagna e in decine di altri Paesi, l’esperimento è diventato un caso. Testate storiche, siti specializzati, radio e televisioni si sono chiesti cosa accade al mestiere giornalistico quando a scrivere è un’intelligenza senza corpo. Molti hanno colto l’aspetto simbolico: una redazione reale, con lettori veri, ha messo alla prova un contenuto completamente artificiale. Un gesto che, per alcuni osservatori, segna una soglia superata nel rapporto tra informazione e automazione. RASSEGNA PER PAESI Regno Unito: The Guardian ha parlato di paradosso editoriale. La BBC ha analizzato strumenti e contesto. Reuters ha riportato i fatti con taglio sobrio e informativo. Stati Uniti: New York Times ha evidenziato il valore simbolico. Washington Post ha parlato di “laboratorio italiano”. CNN, Politico, GizMondo, TweakTown, Poynter e Open Tools hanno esaminato effetti editoriali, trasparenza e impatto culturale. Francia: Le Figaro, Le Monde, HuffPost France, Bfmtv, Le Point, Radio France, AFP, RTBF e 21 News hanno trattato il tema tra riflessione editoriale e stupore per il primato italiano. Germania: Frankfurter Allgemeine Zeitung, Süddeutsche Zeitung, Der Spiegel, Heise Online hanno discusso di tecnica, cultura, responsabilità editoriale e trasformazione della redazione. Spagna: El País ha proposto un’analisi letteraria e filosofica della lettura di un contenuto senza autore umano. Brasile: Folha de S.Paulo, Notícias Favoritas, Espressa Noticias hanno commentato innovazione, impatto e criticità nel contesto latinoamericano. India: Indian Express, The Hindu e l’emittente Wion hanno dato spazio al caso, sollevando interrogativi sul futuro dei giornalisti. Colombia: Enter.co ha discusso il valore potenziale dell’AI per la sopravvivenza della carta stampata. Lussemburgo: L’Essentiel ha definito il caso una svolta per l’etica editoriale e l’innovazione. Russia: Pravda e BZNS Media hanno analizzato la capacità dell’AI di produrre contenuti analitici. Corea del Sud: l’agenzia Yonhap ha discusso processi e implicazioni per il giornalismo. Taiwan: Central News Agency ha pubblicato un articolo e un video con visita alla redazione e intervista al direttore Cerasa. Svizzera: NZZ e RSI hanno trattato il tema dell’AI nel giornalismo a partire dal caso italiano. Paesi Bassi: NOS ha raccontato la sperimentazione e sollevato interrogativi su controllo e credibilità. Danimarca: POV International e Journalisten.dk hanno discusso del rapporto tra innovazione e verifica umana. Egitto: Enterprise News ha analizzato l’impatto dell’AI nel giornalismo del Medio Oriente e Nord Africa. Slovenia: Mmc RTV Slovenija ha evidenziato le opportunità e i rischi del progetto. Turchia: Bizsiziz e Yeniçağ Gazetesi hanno spiegato l’iniziativa e riportato opinioni di esperti internazionali. Messico: Tv Azteca Yucatán ha descritto l’originalità e gli obiettivi dichiarati dell’esperimento. (nelle foto, il Direttore Claudio Cerasa con i colleghi della stampa estera, il 26 marzo. Credits: Il Foglio)

Philadelphia Inquirer chiude il Community and Engagement Desk. Metà dei licenziati sono persone di colore

The Philadelphia Inquirer

Il Philadelphia Inquirer ha recentemente annunciato la chiusura del suo Community and Engagement Desk, una redazione istituita nel 2020 con l’obiettivo di migliorare la copertura delle comunità emarginate della città. Questa mossa fa parte di una serie di licenziamenti che hanno coinvolto otto membri dello staff editoriale, quattro dei quali persone di colore. ​ Il Community and Engagement Desk è stato istituito nel 2020 con l’obiettivo di rafforzare la copertura giornalistica delle comunità tradizionalmente poco rappresentate dal Philadelphia Inquirer. Nato all’interno di un più ampio impegno verso la diversità e l’inclusione, il desk operava in modo autonomo rispetto alla redazione centrale, focalizzandosi su temi e storie riguardanti cittadini afroamericani, ispanici, LGBTQ+ e persone con disabilità. Il progetto intendeva colmare lacune storiche nella rappresentazione mediatica di questi gruppi. La composizione demografica di Philadelphia include circa il 40% di persone afroamericane e il 16% di origine ispanica. In questo contesto, l’iniziativa mirava a offrire una copertura più completa e sensibile delle istanze provenienti da segmenti sociali spesso trascurati. L’editrice e CEO Lisa Hughes ha informato lo staff della decisione tramite una nota inviata venerdì 21 marzo 2025, nella quale ha spiegato che l’azienda aveva identificato, già a gennaio, dieci posizioni da eliminare, di cui otto nella redazione. Tuttavia, non ha menzionato specificamente il Community and Engagement Desk. ​ La chiusura del desk ha alimentato dubbi sull’effettivo impegno del Philadelphia Inquirer nei confronti delle politiche di diversità, equità e inclusione (DEI). Il sindacato NewsGuild of Greater Philadelphia ha parlato di una “perdita di fiducia” nella dirigenza, ricordando che il provvedimento segue un precedente taglio al personale avvenuto nel maggio 2023. Il Community and Engagement Desk era stato istituito nel contesto delle proteste legate al movimento Black Lives Matter e rappresentava una delle risposte del giornale alle richieste di una copertura più ampia e inclusiva. La sua soppressione avviene mentre, a livello nazionale, diverse organizzazioni giornalistiche stanno rivedendo le proprie strategie e strutture legate ai programmi DEI. La notizia ha attirato l’attenzione di osservatori del settore, in un momento in cui molte redazioni stanno modificando o riconsiderando il proprio approccio alla copertura delle comunità sottorappresentate. (Photo: William Thomas Cain/Getty Images)

A New York il 28/3 il via al lab AI per redazioni: selezionati 23 da 12 paesi

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Il 28 marzo 2025 prenderà il via a New York l’AI Journalism Lab: Adoption Cohort, un programma internazionale promosso dall’AI Journalism Labs della Craig Newmark Graduate School of Journalism presso la CUNY, in collaborazione con Microsoft. La nuova coorte è composta da 23 professionisti del giornalismo provenienti da 12 paesi – tra cui Canada, Colombia, Etiopia, Indonesia, Nigeria, Filippine, Porto Rico, Romania, Turchia, Stati Uniti e Uruguay – selezionati per partecipare a un percorso formativo sulla adozione dell’intelligenza artificiale nelle redazioni. Il laboratorio, della durata di oltre tre mesi, si svolgerà virtualmente fino al 2 luglio 2025, ad eccezione dell’incontro inaugurale che si terrà in presenza alla Newmark J-School il 28 e 29 marzo. L’obiettivo è fornire ai partecipanti competenze e strumenti per implementare pratiche basate su intelligenza artificiale nei flussi di lavoro giornalistici. Secondo quanto dichiarato da Marie Gilot, direttore esecutivo di J+, i partecipanti sono già coinvolti attivamente nell’uso dell’AI nel giornalismo e il programma mira a rafforzarne le capacità in termini di leadership, innovazione e sicurezza nell’introduzione di nuove tecnologie. I profili selezionati comprendono giornalisti, produttori, reporter e manager, con esperienze che vanno dal giornalismo locale e internazionale alla gestione prodotti, dal coinvolgimento del pubblico alla narrazione basata sui dati. Noreen Gillespie, Journalism Director per Microsoft, ha sottolineato che l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità strategica per le redazioni, ma che il processo di adozione può risultare complesso. Il programma è stato progettato per aiutare i partecipanti a integrare in modo efficace l’AI nel giornalismo, con particolare attenzione all’impatto sulle comunità servite. (Credits photo)

Rcs: utile 2024 in crescita, digital forte e stabile. Il Corriere raggiunge 28,5 milioni di utenti unici mensili

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Rcs chiude il 2024 con risultati in crescita per tutti i principali indicatori economico-finanziari, segnando un utile netto di 62 milioni di euro, in aumento dell’8,8% rispetto ai 57 milioni del 2023. Il margine operativo lordo (EBITDA) sale dell’8,7% a 148 milioni, mentre l’utile operativo (EBIT) raggiunge i 92,6 milioni, in crescita del 14% sull’anno precedente. I ricavi consolidati ammontano a 819,2 milioni, con una lieve flessione rispetto agli 828 milioni del 2023, mentre la posizione finanziaria netta torna positiva per 7,8 milioni di euro, in miglioramento di 31,2 milioni rispetto al bilancio 2023, dopo l’erogazione di dividendi per 36,3 milioni. Il consiglio di amministrazione, riunito sotto la presidenza di Urbano Cairo, proporrà all’assemblea degli azionisti – convocata per l’8 maggio – un dividendo pari a 0,07 euro per azione, come nel 2023. Sul fronte digitale, Rcs registra una customer base attiva di oltre 1,2 milioni di abbonamenti: 685 mila per il Corriere della Sera (erano 595 mila a fine 2023), 251 mila per la Gazzetta dello Sport (214 mila nel 2023), 163 mila per El Mundo e 110 mila per Expansión. I ricavi pubblicitari si attestano a 340,7 milioni, in calo rispetto ai 347,1 milioni del 2023, con il digitale che incide per il 43% sul totale. I ricavi editoriali e diffusionali si fermano a 323,4 milioni (contro 332,9 milioni nel 2023), con una flessione legata alla contrazione dei ricavi da opere collaterali e dell’attività di distribuzione del gruppo m-dis. I ricavi digitali rappresentano il 26,7% del totale. In crescita anche il traffico digitale: il Corriere raggiunge 28,5 milioni di utenti unici mensili (3,8 milioni giornalieri), la Gazzetta 15,4 milioni (2,1 milioni giornalieri). Il sistema digitale Rcs in Italia totalizza 30,3 milioni di utenti unici mensili. Sui social, i principali account del Corriere raggiungono 13,6 milioni di follower, quelli della Gazzetta 6,7 milioni. Nel 2024 sono state avviate nuove collaborazioni editoriali – tra cui quella tra il Corriere e il New York Times – e lanciati nuovi canali digitali, podcast, app e iniziative come “Figli & Genitori”, “Salute”, “L’Economia”, “L’Innovazione”, “Chiedi all’esperto” e “Fast Talks”. Tra gli eventi principali figurano il Tempo delle Donne (oltre 30 mila presenze e 6,5 milioni di streaming), la festa de la Lettura, Festival Pianeta 2030, Italia Genera Futuro, il Tempo della Salute, Civil Week, Cook Fest, Women in Food, Campbus, Capitale Umano, Tech Emotion e Pact For Future. In ambito sportivo, il gruppo ha seguito il Giro d’Italia, il Festival dello Sport di Trento, la Milano Sanremo, la Milano Torino Sport, le Strade Bianche, Next Gen e la Milano Marathon. Quanto alle prospettive per il 2025, Rcs segnala tra i fattori influenti i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, nonché l’introduzione di dazi e limitazioni ai commerci internazionali. Senza ulteriori peggioramenti, il gruppo ritiene possibile mantenere margini EBITDA fortemente positivi, almeno in linea con quelli del 2024, e proseguire nella generazione di cassa operativa.

La Rai cambia i corrispondenti: Parigi a Sangiuliano, Manzione vola a Londra

Gennaro Sangiuliano

Gennaro Sangiuliano tornerà in Rai come corrispondente da Parigi a partire dal 1° aprile 2025. L’ex ministro della Cultura, già direttore del Tg2, prenderà il posto della giornalista Nicoletta Manzione, destinata a diventare corrispondente da Londra dal 1° giugno, subentrando a Marco Varvello, che lascerà l’incarico in vista della pensione. La scelta di Sangiuliano arriva dopo le dimissioni dal governo in seguito al caso che lo ha coinvolto con Maria Rosaria Boccia, inizialmente candidata a un ruolo di consigliera nel Ministero della Cultura. La vicenda, legata anche a un rapporto personale tra i due e alle polemiche politiche che ne sono derivate, ha portato l’ex ministro ad abbandonare l’esecutivo per evitare ulteriori danni all’immagine del governo. Nonostante le accuse, Sangiuliano ha sempre sostenuto di aver agito correttamente, respingendo qualsiasi ipotesi di favoritismo o utilizzo improprio di fondi pubblici. La destinazione parigina rappresenta un ritorno al giornalismo per una figura che, dopo l’esperienza politica, ha più volte ribadito di voler proseguire la carriera nel settore editoriale e televisivo. Già nelle scorse settimane, Sangiuliano aveva presentato il suo nuovo libro su Donald Trump a Napoli, circondato da esponenti di Fratelli d’Italia, Lega e nomi noti dell’informazione, segno di un legame ancora vivo con il mondo politico di destra. Sul nuovo incarico, però, non sono mancate le polemiche politiche. I membri del Partito Democratico nella Commissione di vigilanza Rai hanno chiesto che l’ex ministro svolga il ruolo con “imparzialità”, lasciando da parte “il livore che ha caratterizzato il suo breve e fallimentare impegno politico”. Un richiamo forte a mantenere la neutralità che il servizio pubblico deve garantire soprattutto nel racconto internazionale. Il nome di Sangiuliano era stato valutato anche per la sede Rai di New York, che sarà presto vacante dopo l’uscita di Guido Pagliara, anche lui in uscita per pensionamento. Alla fine, però, la Rai ha deciso di affidargli la capitale francese, affidandogli non solo l’attività giornalistica ma anche la gestione della sede, a partire dal 1° maggio. (In foto, Gennaro Sangiuliano)

Meta AI arriva in Europa su WhatsApp, Messenger e Instagram

AI e social

Dopo una lunga attesa, la Meta AI debutta finalmente in Europa e diventa accessibile anche agli utenti italiani attraverso le app di messaggistica istantanea di Meta: WhatsApp, Messenger e Instagram. L’annuncio arriva a oltre un anno dalla sua presentazione ufficiale, avvenuta durante l’evento Meta Connect del settembre 2023 in California, ma il percorso per l’arrivo nel mercato europeo è stato tutt’altro che immediato. Le ragioni del ritardo sono legate alle regolamentazioni europee sulla privacy e alle richieste di trasparenza avanzate dal garante irlandese per la protezione dei dati (DPC), responsabile della supervisione delle attività Meta nel continente. La Meta AI si basa su Llama 3.2, una versione aggiornata del modello linguistico open source sviluppato dall’azienda, e al momento offre funzioni di generazione testuale. Gli utenti potranno chiedere di scrivere o riscrivere contenuti, ricevere suggerimenti o chiarimenti, ma non sarà possibile generare immagini o analizzare fotografie. Queste funzioni avanzate, già attive in altri Paesi, restano bloccate in Europa proprio a causa dei dubbi su come i dati degli utenti vengano utilizzati per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Sulle piattaforme Meta, utilizzare l’IA è semplice e immediato. Basta cercare “Meta AI” nella lista dei contatti oppure cliccare sul cerchio colorato — blu, verde e viola — visibile nelle app. Su Instagram e Messenger, il chatbot è disponibile anche nella barra di ricerca dei messaggi. Su WhatsApp, oltre alla conversazione diretta, è possibile menzionare l’IA nei gruppi scrivendo @Meta AI, seguito dalla domanda. Una volta attivato, il chatbot risponde in tempo reale, come avviene con altri assistenti virtuali già diffusi, da ChatGPT a Gemini, ma con un vantaggio pratico: non serve uscire dall’app in uso. Tuttavia, ci sono delle precauzioni da tenere a mente. Le risposte fornite da Meta AI non sono sempre accurate: come altri modelli generativi, anche questo può soffrire di allucinazioni, ovvero fornire contenuti plausibili ma inventati. Inoltre, il sistema non è connesso a internet e non può effettuare ricerche in tempo reale: il suo sapere si ferma ai dati disponibili fino a dicembre 2024, limite temporale dell’ultimo aggiornamento del modello Llama. Questo rende inaffidabili le risposte su eventi molto recenti. Fino ad oggi, in Europa era possibile interagire con la Meta AI solo tramite i Ray-Ban Meta, occhiali smart con supporto vocale IA. Tuttavia, anche in quel caso, molte funzioni erano disattivate proprio per ragioni normative. All’estero, invece, l’IA può già analizzare ciò che l’utente osserva tramite la fotocamera degli occhiali, offrendo informazioni contestuali in tempo reale: una funzione che in Europa resta bloccata. Meta ha voluto chiarire che le conversazioni con la sua intelligenza artificiale nelle app europee non saranno usate per addestrare i modelli futuri. Un’informazione fondamentale, dato che diverse big tech raccolgono le interazioni con le IA proprio per migliorare le performance dei loro algoritmi. Le leggi europee, però, obbligano le aziende a dichiarare apertamente come intendono trattare i dati degli utenti e a offrire la possibilità di rifiutare l’uso delle proprie conversazioni a scopo di training. (Immagine di copertina generata con Chat GPT)